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Le stablecoin salveranno il dollaro americano?

Trump ha aperto al mondo delle crypto e con il Genius Act punta a regolare quelle legate alle valute tradizionali. E spingere così il loro acquisto di debito
A cura di Wired | Carlo Terzano
21.06.2025
Scenario
A cura di Wired | Carlo Terzano

Lo scorso febbraio, intervenendo alla Future Investment Initiative di Miami, il presidente americano Donald Trump aveva ribadito la sua volontà di fare dell'America "la capitale mondiale delle criptovalute", stablecoin incluse. Una rivoluzione economica da costruire mattone dopo mattone.

Nel grande cantiere statunitense sulle cripto la prima pietra appena posata ha valore tutt'altro che simbolico essendo rappresentata dal Guiding and establishing national innovation for U.S. stablecoins (Genius Act). Si tratta del pacchetto di norme che, con l'ok anche della Camera dei Rappresentanti (previsto nel giro di poche settimane), è destinato a innestare nell'ordinamento statunitense il primo tentativo di regolamentazione federale completo per le stablecoin, ovvero le criptovalute il cui valore è ancorato a un altro asset, come una valuta flat o l'oro.

Anche perché, non è sfuggito agli osservatori, proprio le stablecoin stanno diventando acquirenti 'ghiotti' di T-bond, i titoli di debito a lungo termine emessi dal governo degli Stati Uniti con scadenze superiori ai 10 anni. Ma andiamo con ordine.

Cos'è il Genius Act

Il Genius Act rappresenta la seconda incursione legislativa repubblicana nel mondo stablecoin: già lo scorso anno la Camera dei Rappresentanti aveva approvato un disegno di legge analogo ma il Senato, all'epoca a maggioranza democratica, lo aveva bocciato. È bastato attendere. Del resto, come sottolineato da Reutersil settore delle criptovalute ha speso più di 119 milioni di dollari per sostenere candidati al Congresso degli Stati Uniti favorevoli alle loro istanze. Soldi ben spesi a giudicare dal cambio d'approccio del Senato rispetto alla materia.

Lo sprint finale

La Camera dei Rappresentanti, da parte sua, non dovrebbe tendere alcun tranello dato che da tempo spinge per una regolamentazione delle stablecoin. Restano differenze importanti tra i due testi: quello del Senato, per esempio, dà al Tesoro tutti i poteri di vigilanza sulle stablecoin, mentre la Camera li suddivide tra più autorità, tra cui la Federal Reserve, ma i repubblicani confidano che la sintesi sarà presto sulla scrivania di Trump per l'ultima firma. E, con ogni probabilità, vincerà la versione accentratrice della Camera Alta, dati i rapporti tra il tycoon e la Fed.

Risvolti protezionisti

Uno degli aspetti da tenere in considerazione della nuova normativa di riferimento, secondo Paolo Gatelli, senior research manager del Centro di Ricerca dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano – Cetif sentito da Wired proprio per comprendere quali scenari si aprono ora è il fatto che, per essere tutelati dalla nuovo pacchetto di regole "i soggetti che emettono stablecoin debbano avere la propria sede principale negli Stati Uniti". Aspetto che, almeno virtualmente, potrebbe anche scatenare "una migrazione di sedi legali" da parte delle fintech di altri paesi.

Le differenze col Micar europeo

A prescindere da ciò, risulta chiara la volontà del legislatore statunitense di "creare un ambiente adeguato per un soggetto" in rapida espansione "che sarà normato e controllato in modo non restrittivo", spiega sempre Gatelli. Un ambiente benevolo che potrebbe "incentivare le grandi banche a emettere stablecoin".

 

Le banche del resto "non sono di per sé avverse all'innovazione", come pure si ripete spesso, "ma sono avverse al rischio, anche per via dell'incertezza regolamentare che induce gli istituti all'attendismo".

Il Genius Act ha la finalità opposta: "spalanca le porte agli investimenti in stablecoin". E mira proprio a fare degli Stati Uniti quella 'capitale mondiale delle cripto' più volte evocata da Trump se si considera che "la normativa di riferimento valida in Europa, Micar, risulta di gran lunga più restrittiva dell'omologa statunitense che ha appena ottenuto l'ok del Senato", spiega sempre l'esperto. Proprio queste differenze potrebbero spingere i soggetti che emettono stablecoin a trasferirsi negli Stati Uniti, influenzando la geografia del mercato globale nei prossimi anni.

Le stablecoin affamate di T-bond

Tutto questo si incastra alla perfezione con un altro fenomeno economico che, benché carsico, non è certo sfuggito ai radar della Casa Bianca: "le stablecoin hanno accumulato importanti quantità di T-bond", ovvero i titoli di debito americani, "per circa 250 miliardi di dollari. Una somma molto lontana dai 2,4 mila miliardi detenuti dai fondi ma che rende comunque il nuovo attore in termini assoluti il secondo detentore del debito statunitense", sottolinea Gatelli.

Una boccata d'ossigeno per la tesoreria federale dal momento che "la guerra dei dazi" scatenata proprio da Donald Trump "ha provocato sfiducia generalizzata nei confronti del dollaro", bene rifugio per antonomasia.

"Il mercato classico allo stato attuale, data l'incertezza dovuta a proclami quotidiani sempre diversi, è intiepidito nei confronti dei T-bond", osserva l'esperto. Per mezzo del lasciapassare normativo, però, "l'America trova e agevola una nuova fonte di finanziamento". "Contemporaneamente – rileva il ricercatore del Cetif - mira a normarne il soggetto anche se non in modo favorevole agli attori economici in campo".

Spiegate le mosse di Trump in ambito cripto?

In tale ottica vanno lette anche le recenti e sempre più numerose mosse di Trump nel settore cripto. "Dal momento che il presidente degli Stati Uniti investe personalmente nel settore ed è legato ad alcune monete virtuali, la finalità è far sbiadire velocemente quello stigma sociale che da sempre grava sul settore". Un segnale indirizzato a tutti: le cripto sono solide e sicure perché lo dice l'inquilino della Casa Bianca, revisione 4.0 del vecchio slogan tutto statunitense ripetuto a ogni campagna elettorale 'comprereste un'auto usata da questo candidato?'.

"Il disegno del legislatore americano – sintetizza Gatelli – è evidentemente quello di alimentare il recente interesse delle stablecoin per i T-bond statunitensi, anche perché lo stesso Genius Act vincola l'aggancio a dollaro e titoli di Stato, in un momento storico in cui gli investitori di riferimento appaiono maggiormente scettici verso la valuta americana. Contemporaneamente, nell'ambito della cornice normativa che offre tutele solo alle stablecoin legate per sede principale ai 50 Stati americani, si prova a far rientrare parte del debito dentro i confini statunitensi". Un progetto ambizioso per ridurre l'esposizione Usa rispetto alle bizze geopolitiche che sempre più spesso hanno come epicentro proprio Washington.

"Quantomeno con l'apporto delle stablecoin – chiosa – si tenta di mitigare eventuali fluttuazioni del valore dei T-bond in un periodo in cui c'è minor corsa all'acquisto". Ma a prescindere da simili, ipotetici scenari, quel che è certo è che grazie all'intervento normativo americano "le stablecoin passano dall'essere semplici strumenti di pagamento a veri e propri asset strategici". Con conseguenze che si riverbereranno anche in altri mercati.